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DUBAT, Regio Corpo Truppe Coloniali, Somalia 1939 | ||||||||||||
| La Meridiana Miniatures, Codice RE54-01. Scala 54mm | |||||||||||||
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Recensione
di Fabrizio De Petrillo |
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| La Meridiana inaugura una nuova serie del Regio Esercio di figurini con un soggetto molto interessante. Si tratta di un Dubat, o Bersagliere Nero, un corpo speciale ideato dal Governatore De Vecchi nel 1924 e denominato "Banda Armata di Confine" od appunto Dubat, traduzione che vuol dire turbante bianco. Altro pezzo uscito dalle mani di NinoPizzichemi, e sapientemente pitturato per la box art da Danilo Cartacci. Aperta la scatola mi sono trovato di fronte pochissimi pezzi da assemblare e tutti molto dettagliati e con minimi difetti di stampa. Il personaggio è stato diviso nel corpo e testa attaccatti e dalle due braccia separate alla giuntura delle fasce sui bicipiti, attaccate al fucile Carcano Modello 91. Quindi, pulizia estremamente veloce, assemblaggio semplice che riguarda l'incollaggio delle due braccia e della parte centrale del fucile sulle spalle. Al fucile va incollata la leva di caricamento della culatta, per la quale va perso qualche minuto. Il pomello della leva è stampato cilindrico e con una limetta ed un pochino di pazienza bisogna carteggiarlo per farlo diventare sferico, facendo molta attenzione per le dimensioni del pezzetto. Nel kit è presente anche una ambientazione minimale da inserire sotto i due piedi del figurino. Se si volesse essere proprio pignoli, si potrebbe creare il coltello tipico dei guerrieri che componevano il corpo dei Dupat, il Billao ed inserirlo nella cintura sotto i portacaricatori. La Meridiana sta incrementando la serie Regio Esercito con altri soggetti interessanti e diversi dal solito, come un soldato libico in uniforme di marcia, gia in catalogo, ed altre due succose novità di prossima uscita. | |||||||||||||
Note
storiche |
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| Il
Governatore De Vecchi diede vita nel 1924 ad una specialità denominata
"Bande Armate di Confine" meglio conosciuta con il nome di "Dubat"
(Dub=turbanti AT=bianchi) o Bersaglieri Neri. I Dubat erano una truppa intermedia
fra i regolari e gli irregolari. La loro principale caratteristica consisteva
nell'estrema leggerezza di armamento e di equipaggiamento che consentiva
spostamenti rapidissimi. I «dubat» sono snelli e scattanti,
dal passo lungo, nerissimi di pelle ma bianchissimi nei turbanti e nell'abbigliamento
molto leggero per potersi muovere con agilità a guardia delle frontiere.
Sono scelti fra gli uomini più dotati fisicamente e intellettualmente.
Vigili e fedeli furono impareggiabili cavalcatori del Generale Graziani,
divisi in bande comandate da ufficiali italiani, cui venne affidato il compito
di vigilare sul confine. Sempre pronti a reagire contro le incursioni dei
razziatori abissini entro i nostri confini, si spostavano attraverso la
pianura allagata per raggiungere gli obbiettivi (Ogaden conteso), con zattere
abilmente improvvisate, oppure a nuoto, sfidando il pericolo dei coccodrilli.
Gli africani, e soltanto loro, possono confrontarsi con i coccodrilli a
nuoto. Se gli Ascari, come diceva Montanelli, spesso tagliavano la corda
col bottino, i Dubat erano gente orgogliosa che andava trattata con gentilezza.
Gli dicevi di dare una occhiata alla boscaglia e quelli sparivano. Sparivano
per poi ritornare e sapevi vita morte e miracoli in un raggio di 5 km. Il
loro addestramento era affidato a graduati indigeni provenienti dai battaglioni
coloniali. La gerarchia comprendeva 4 gradi: gregario, sotto capo, capobanda
e comandante. Il più famoso fu Ali Ualie, che comandava il posto
di frontiera di Ual-Ual al momento de l proditorio attacco del capo predone Omar Sammantar. Ual Ual era un importante complesso di pozzi utilizzato dai nomadi somali inglesi, italiani e etiopici, situato all'interno dei deserti dell'Ogadèn. Nel 1930 il pozzo fu occupato da una formazione di somali italiani, benché essi non interferissero con le tribù che venivano da ogni direzione a prendere acqua per sé e per i propri cammelli. L'imperatore, che era sempre stato particolarmente sensibile per quanto riguardava i diritti dell'Etiopia sull'Ogadèn, fin da quando era un giovane governatore dell’Harar celebrò il suo avvento al trono ordinando all'uomo, che aveva nominato governatore di questo territorio, il dejazmach Gabre Mariam, di liberare la zona da questi intrusi protetti dagli italiani. Cosi nel 1931 Gabre Mariam portò nel deserto una formazione di quindicimila uomini in una rapida spedizione contro i dubat di confine. Ual ual fu risparmiata e sul luogo venne costruito anche un fortino sulle fondamenta di uno dei vecchi bastioni lasciativi dal Mad Mullah. L'Inghilterra continuò a considerare Ual Ual come etiopica e verso la fine di novembre del 1934 suoi rappresentanti si unirono alla commissione mista anglo-etiopica per i pascoli e i confini. Erano accompagnati da una guardia del corpo di seicento soldati etiopici che dovevano proteggerli dai banditi, non infrequenti da quelle parti. Arrivarono ai pozzi il 23 novembre 1934 e furono sorpresi di trovare che erano stati trasformati in un accampamento italiano. L'ufficiale italiano che comandava il posto contestò l’ispezione, non avendo ricevuto in merito alcun ordine. Chiamò per telegrafo rinforzi e qualche ora dopo l'accampamento della commissione fu sorvolato da aerei italiani. Gli inglesi decisero di ritirarsi e di portare con sé i membri etiopici della commissione; questi acconsentirono purché si lasciasse sul posto la guardia del corpo, a indicare che l'Etiopia non accettava affatto l'occupazione italiana. L'atmosfera di collera, di antipatia e di sospetto esplose il 5 in uno scontro militare. Non si saprà mai chi abbia sparato il primo colpo, ma uno dei primi a morire fu il fitaurari Alemayu, comandante della guardia etiopica, che fu colpito mentre stava uscendo dalla sua tenda. Il suo secondo nel comando si affrettò a ritirarsi, lasciando le sue truppe a affrontare gli italiani e i loro carri armati; e quando finalmente le truppe etiopiche si ritirarono, lasciarono sul posto centinaia di morti e feriti. Le perdite italiane ammontavano a qualche dozzina. (Nicola Mascellaro - Ualual). |
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| La prima notizia su uno scontro fra un gruppo di armati abissini e i Dubat italiani ai pozzi d’acqua di Ualual in Somalia appare in prima pagina sabato 8 dicembre 1934. Niente di eccezionale, è una notiziola apparentemente senza importanza. Eppure, è stata messa in evidenza. I pozzi di acqua sono importantissimi per i nomadi del deserto e nonostante il presidio italiano, i beduini rivendicavano il diritto di attingere acqua. Del resto, ancora oggi, quella località e quei pozzi sono oggetto di discussione fra la Somalia e l’Etiopia: entrambi asseriscono che Ualual si trova all’interno dei rispettivi territori. La notizia dunque, brevissima, termina asserendo che sono state prese le disposizioni necessarie per evitare ulteriori incidenti su quella frontiera. Qualche giorno dopo, un’altra notiziola in ultima pagina, dirà che gli abissini, in quello scontro, hanno perso 110 uomini. Niente, assolutamente nulla fa presagire gli sviluppi che questo piccolo incidente causerà all’Italia, all’Etiopia e all’Europa intera. Ma Mussolini, che per certe cose ha la memoria lunga, ha deciso che questo irrilevante scontro di frontiera è l’occasione per vendicare Adua. In una successiva ricostruzione dello scontro viene rilevato che gli italiani avevano perso un solo uomo, un ufficiale Dubat, cioè un somalo dell’Esercito italiano. A seguito dell’incidente, l’Italia chiede all’Etiopia un indennizzo talmente esoso che il Governo di Addis Abeba non solo rifiuta ma si appella alla Società delle Nazioni per un arbitrato, sanare la disputa e pagare il giusto risarcimento. Nel frattempo, quasi alla chetichella, da Napoli cominciano a partire navi cariche di soldati italiani per l’Estremo Oriente. Mussolini non vuole un risarcimento, vuole l’Etiopia, vuole un posto al sole. E lo disse molto chiaramente sia a Ginevra che ai suoi alleati francesi e inglesi. Il Duce ha bisogno di espandersi per dare ai 43 milioni di italiani solide prospettive per il futuro. Dopotutto, la presenza italiana nella barbara Etiopia, è un beneficio per gli abissini, l’Italia intende esportare civiltà e benessere. Perciò, Mussolini non ha la necessità di attendere il risultato della Commissione d’inchiesta della Società delle Nazioni. Il Duce sa bene che i manovratori del palazzo ginevrino sono gli inglesi e francesi per cui, basta il loro tacito assenso. Ma non l’avrà. L’Inghilterra si oppone fermamente e nettamente. I francesi invece - che hanno bisogno di appoggi politici del Governo italiano - cercano in tutti i modi di convincere l’Inghilterra a lasciare che l’Italia si appropri di un altro pezzo di deserto. Ma non c’è verso. Alla fine la Francia decide a malincuore di appoggiare gli inglesi nelle decisioni che saranno prese a Ginevra. In realtà i britannici e gli amici d’Oltralpe non hanno scelta. Essi sanno bene quante cose si possono fare in nome della civiltà. Entrambe, Francia prima e Inghilterra dopo, si sono costruite un impero, depredando tre continenti, con il nobile intento di civilizzare gli indigeni i popoli barbari, salvo lasciarli poi più poveri di prima. E quanta ironia nell’aspirazione Fascista di esportare il progresso sociale e civile in Africa prim’ancora d’averlo assicurato all’Italia. | |||||||||||||
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